Insciallah
Per un tempo che a molti sembrava immemorabile e che invece risaliva a un passato recente,
Beirut era stata una delle contrade più gradevoli del nostro pianeta: un posto comodissimo per viverci e per morirci di vecchiaia o di malattia. Sia che tu fossi ricco e corrotto, sia che tu fossi povero e onesto, lì trovavi il meglio che una città possa offrire: clima dolce d'estate e d'inverno, mare azzurro e colline verdi, lavoro, cibo, spensieratezza che vendeva qualsiasi piacere, e soprattutto una gran tolleranza perché malgrado la babele di razze e di
lingue e di religioni i suoi abitanti andavan d'accordo fra
loro.
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(Insciallah)

La fine di qualche cosa
Ma perchè qualcuno
avrebbe dovuto preoccuparsi della morte della città? Per la semplice ragione che Beirut non era mai stata semplicemente una
città. Era un'idea, un'idea che significava qualcosa, non solo per i libanesi,
ma per l'intero mondo arabo. Se oggi la semplice parola "Beirut" basta
a evocare immagini di inferno sulla terra, per anni la città aveva
rappresentato, forse impropriamente, qualcosa di assai diverso, di quasi dolce:
l'idea della coesistenza e dello spirito di tolleranza, l'idea che comunità
religiose diverse - sciiti, sunniti, cristiani e drusi - potessero convivere, e
anzi prosperare, in un'unica città, in un unico paese, senza dover abbandonare
completamente le loro singole individualità.
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(Da Beirut a Gerusalemme. La fine di qualche cosa)

Guerre di quartiere e globalizzazione
Se in un mondo spettacolarizzato, i luoghi del capitalismo periferico fanno
notizia solo in occasione di disastri straordinari, non c'è dubbio che nella
classifica degli orrori Beirut occupi una buona posizione. Negli ultimi
150 anni, durante i quali il processo di mutazione del bacino meridionale
dell'impero ottomano ha trasformato un modesto villaggio in una grande piazza
finanziaria, è stata bombardata dagli ottomani, dai francesi, dagli inglesi,
dagli israeliani e dai siriani. Tra l'invasione egiziana del 1840 fino allo
sbarco dei marines americani nel 1958, e poi durante i sedici anni dell'ultima
guerra civile, il suo territorio non è quasi mai stato sgombro da eserciti
stranieri ed anche i momenti di pace sembrano, in realtà, più interruzioni tra
una battaglia e l'altra che veri periodi di stabilità.
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(Beirut: guerre di quartiere e globalizzazione. Introduzione)

La guerra civile libanese
La guerra civile libanese affonda le proprie radici nella fondazione
stessa del Libano. La repubblica del Libano, creata dopo la Prima guerra
mondiale, si basava su una fusione tra le due predominanti comunità religiose
locali, i musulmani sunniti e i cristiani maroniti. Questi,
aderenti alla chiesa cristiana orientale fondata in Siria verso il V secolo d.C.
dal monaco Marone, riconoscevano la supremazia del papa e della chiesa di Roma,
pur conservando una liturgia particolare; riuscirono a sopravvivere per secoli
in un mare musulmano, trincerandosi nell'aspro territorio della catena del Monte
Libano e invocando regolarmente l'aiuto e l'alleanza dei cristiani d'occidente,
dai crociati alla Francia odierna.
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(Da Beirut a Gerusalemme. Preludio)

Cronologia
13 aprile 1975: la guerra civile
La guerra civile libanese comincia ufficialmente il 13 aprile del 1975,
quando, in un agguato, le milizie dei falangisti cristiani massacrano un gruppo
di palestinesi di ritorno da una celebrazione. Ma nel maggio del 1973 si era
già avuta una prova generale quando l'esercito libanese, appoggiato dai
falangisti, aveva sferrato un attacco in forze contro i fedayin dell'Olp. In
poche ore Beirut si era divisa secondo linee confessionali e politiche che
ripetevano quelle di un altro abbozzo di guerra civile, nel 1958, stroncato
dall'intervento dei marines americani. Attraverso quelle stesse linee, dal 1975,
i libanesi si sono combattuti, sgretolando città, tradizioni e cultura.
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(Il giorno che a Beirut morirono i panda. Cronologia)

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