Insciallah
Per un tempo che a molti sembrava immemorabile e che invece risaliva a un passato recente, Beirut era stata una delle contrade più gradevoli del nostro pianeta: un posto comodissimo per viverci e per morirci di vecchiaia o di malattia. Sia che tu fossi ricco e corrotto, sia che tu fossi povero e onesto, lì trovavi il meglio che una città possa offrire: clima dolce d'estate e d'inverno, mare azzurro e colline verdi, lavoro, cibo, spensieratezza che vendeva qualsiasi piacere, e soprattutto una gran tolleranza perché malgrado la babele di razze e di lingue e di religioni i suoi abitanti andavan d'accordo fra loro.
I musulmani sciiti o sunniti coabitavano garbatamente coi cristiani maroniti o greco-ortodossi o cattolici, gli uni e gli altri coi drusi e gli ebrei, le litanie dei muezzin si mischiavano con disinvoltura al suono delle campane, nelle chiese non si maledivano i fedeli delle moschee, nelle moschee non si maledivano i fedeli delle chiese, nelle sinagoghe non si disprezzavano i fedeli delle une o delle altre, e ovunque si celebravano senza problemi i riti dei diciannove culti permessi dalla Costituzione. Esisteva un regime più o meno democratico, le libertà civili erano rispettate, fin troppi peccati commessi ed ammessi. E la gente si ammazzava per vendetta o per gelosia, per furto o per camorra, non per odio comandato, partito preso, fanatismo o esigenze militari. La guerra non esisteva. Un vago ricordo gli eccidi con cui le due tribù principali, la cristiana e la musulmana, s'erano trucidate fino a pochi anni prima. Una storia dimenticata le scorrerie compiute nel corso dei secoli dai greci, dai romani, dai Crociati, da Saladino, di nuovo dai Crociati, poi dai turchi, dagli occidentali sempre attratti dalla sua posizione geografica e dai vantaggi economici che da essa derivavano. Nel 1946 s'era concluso il mandato francese, e insieme all'indipendenza questo aveva lasciato un benessere che amalgamava i vari gruppi. Li incorporava attraverso la fede nell'unico dio cui gli uomini credono senza limiti e senza riserve: il dio Denaro.
La chiamavano la Svizzera del Medioriente, a quel tempo, ed era una città così ospitale che accoglieva con entusiasmo chiunque le chiedesse rifugio o fortuna: avventurieri, perseguitati politici, truffatori, spie, falliti, disperati in cerca del Paradiso Terrestre. Dalle navi, dai battelli, dagli aerei, ne sbarcavano a migliaia ogni giorno. Non di rado per restarci e diventarci ricchi. Era anche una bella città, sebbene non possedesse monumenti eccelsi, e la sua bellezza non consisteva soltanto in un paesaggio incantevole. Splendide ville sorgevano sulle colline ancora impreziosite dai cedri del Libano, e giardini curati, verande pavimentate con superbi mosaici alessandrini. Residenze fastose e squisite villette art déco rallegravano il parco chiamato La Pineta e talmente rigoglioso che l'odore di resina si sentiva a chilometri di distanza. Ai bordi del parco, un magnifico ippodromo circondato da scuderie che custodivano i più pregiati purosangue dell'epoca. Presso l'ippodromo un museo nel quale potevi ammirare i sarcofagi antropomorfi degli antichi padri, i fenici, e i reperti archeologici scavati a Byblos. Lussuosi alberghi tra cui il mitico Saint George orlavano il lungomare assolato, e night club esclusivi, ristoranti famosi per i loro vini e i loro chef.
La miseria non mancava, ovvio. L'agiatezza si nutre dell'altrui miseria. Però la fame non esisteva e in ciascun quartiere trovavi conferme di prosperità. Nella zona Ovest, ad esempio, v'era una grandiosa Cité Sportive che conteneva uno stadio per cinquantamila persone, due piscine olimpioniche, una per le gare di nuoto e una per le gare di tuffo, due campi da tennis, due da pallacanestro, e alloggi per gli atleti, bar, solarium. Nella via detta Galerie Semaan negozi straripanti di merce attiravano clienti di tutte le parti del mondo e nelle banche si pagavano interessi da capogiro: chi voleva raddoppiare alla svelta i suoi soldi non aveva che da depositarli a Beirut. Esistevano anche buone scuole per combatter l'analfabetismo, buone botteghe artigiane per preparare ai mestieri, una illustre università americana e una non meno illustre università cattolica fornivano professori egregi sia nelle materie scientifiche che nelle materie umanistiche. Gli ospedali funzionavano bene. I teatri e le sale da concerto e i cinematografi abbondavano. Il traffico scorreva veloce lungo gli ampi viali a doppia carreggiata, i solidi cavalcavia, le eleganti rotonde cioè le piazze circolari che i francesi avevano costruito sul modello dei ronds-points parigini, e lungo la straordinaria Corniche che da est saliva a nord per bordare la costa settentrionale poi raggiungere il promontorio nord-ovest e scendere a sud nel bel litorale baciato dal vento. L'edilizia fioriva. Il piano regolatore non aveva nulla da invidiare a quello delle moderne capitali europee. Un'ottima strada conduceva a Damasco, una efficiente ferrovia portava ad Aleppo. Il porto, tra i più attrezzati e frequentati del Mediterraneo, dispensava guadagni favolosi. L'aeroporto, dove quotidianamente facevano scalo centinaia di voli diretti in Asia o provenienti dall'Asia, contribuiva in ugual misura a rimpinguare le tasche della città.

E pazienza se tanto bendiddio era inquinato da un pugno di ultramiliardari mafiosi che controllavano l'economia. Pazienza se tra costoro si distingueva un certo Pierre Gemayel cioè il papà di Bachir e di Amin, e un Kamal Jumblatt cioè il papà di Walid. Ammiratore di Mussolini e fondatore del corpo paramilitare conosciuto come la Falange, il primo. Precursore del traffico di hascish che prelevava nella Bekaa col suo aereo personale, il secondo, nonché patriarca dei drusi con le ampie brache chiuse al ginocchio per cacarci il Messia che secondo i loro misteri teologici verrà partorito anzi defecato da un uomo. Nessun paradiso terrestre è perfetto, la pace val bene qualche porcheria, e malgrado questo Beirut riusciva ad essere un luogo quasi felice. (Il "quasi" sta a indicare la cautela cui bisogna ricorrere quando si usa l'equivoco aggettivo "felice".)
Ma un brutto giorno erano arrivati i palestinesi. Erano arrivati con la loro rabbia e il loro dolore e i loro soldi. Molti, moltissimi soldi. E grazie a quei soldi, visto che a Beirut si poteva comprare tutto fuorché l'immortalità, s'erano comprati il permesso di stabilirsi in tre zone della periferia musulmana: Sabra e Chatila, due quartieri attigui alla Cité Sportive, e Bourji el Barajni, un quartiere a metà di rue de l'Aérodrome. Qui, usando la medesima logica degli israeliani che gli avevano sottratto la patria, s'erano installati al posto degli sciiti che a Sabra e Chatila e a Bourji el Barajni ci vivevano da sempre. Li avevano sfrattati dalle loro case, cacciati, asserviti. Gli avevano preso i cortili, cancellato le strade per fabbricarvi nuovi edifici e, non paghi della prepotenza, erano dilagati oltre il territorio concessogli per insediarsi anche in alcuni quartieri cristiani. Infine, sordi agli screzi che l'ulteriore invasione accendeva, avevano instaurato uno Stato dentro lo Stato: una nazione con le sue leggi, le sue banche, le sue scuole, le sue cliniche, il suo esercito. Un autentico esercito, fornito di uniformi e caserme e carri armati e cannoni a lunga gittata. Una macchina militare cui mancava soltanto la Marina e l'Aviazione ma che, grazie alla mafia locale, riceveva ogni tipo di equipaggiamento compreso il materiale necessario a scavare un'altra città. Perché, a poco a poco, sotto il suolo della città rubata avevano scavato un'altra città: invisibile e inespugnabile. Un labirinto di catacombe che custodivano tonnellate di armi e di munizioni, di gallerie che contenevano camerate per i combattenti e sale chirurgiche e centrali radio, accessi segreti e tunnel ben arieggiati che a volte si stendevano per chilometri e sboccavano sulla spiaggia del litorale baciato dal vento. Un'immensa roccaforte sotterranea, insomma. Un capolavoro di ingegneria. Contemporaneamente avevano rafforzato i loro campi nel Libano meridionale, in particolare quelli alla frontiera con Israele, e senza curarsi delle rappresaglie spesso feroci con cui il governo di Gerusalemme puniva il paese colpevole di ospitarli o subirli, avevano intensificato gli attacchi ai kibbuz.
Allora Beirut s'era ribellata. O meglio, s'erano ribellati i gruppi che potevano permettersi un simile lusso: i cristiani, i falangisti di papà Gemayel. Scontri, all'inizio, scaramucce rionali. Però gli scontri erano presto degenerati in battaglie, le battaglie in massacri come il massacro di Damour, la cittadina cristiano-maronita dove i palestinesi avevano trucidato per rappresaglia dozzine di vecchi e donne e bambini, i massacri in una vera e propria guerra civile. E la Svizzera del Medioriente s'era trasformata in un lugubre palcoscenico di case spolpate, palazzi sventrati, muri trafitti da milioni di pallottole, montagne di cadaveri che appestavano l'aria prima odorosa di resina. Da ultimo, grazie a un armistizio firmato per rassegnazione e stanchezza, in una Berlino divisa in due. A levante la zona cristiana o Beirut Est, a ponente la zona musulmana o Beirut Ovest, nel mezzo un confine detto Linea Verde che tagliando l'abitato da nord a sud dava il porto ai cristiani e l'aeroporto ai musulmani ma che in sostanza beneficiava i secondi cioè i palestinesi. A loro la maggior parte della superficie, la maggior parte della costa, l'intera Pineta, la Città Vecchia coi quartieri più prosperi, le strade d'accesso al Libano meridionale. Beneficiandoli li rendeva i padroni assoluti, ne aumentava l'aggressività e la protervia, ne facilitava il dominio della frontiera con Israele e gli attacchi ai kibbuz.

Sicché, un altro brutto giorno, erano arrivati gli israeliani. Erano venuti con un esercito fiancheggiato dalla Marina e dall'Aviazione, noto per la durezza con cui aveva sempre affrontato il nemico, e in pochi giorni avevano raggiunto la zona Est. Qui erano stati bloccati dai palestinesi che insieme agli alleati siriani tenevano la Linea Verde coi denti. Inutile tentar di sfondarla: penetrarla ad esempio nel tratto della Pineta, meno difficile perché meno ingombro di case. Ogni albero nascondeva un guerrigliero deciso a non retroceder d'un passo, l'ippodromo pullulava di truppa scelta e di artiglieria semovente, il Museo opponeva una trincea invalicabile. Altrove lo stesso. L'avanzata dell'esercito noto per la durezza con cui aveva sempre sbaragliato il nemico s'era quindi convertita in assedio, e l'assedio era durato più di due mesi. Per quasi dieci settimane, giorno dopo giorno, notte dopo notte, Beirut Ovest era stata crucifissa dai bombardamenti aerei, dai bombardamenti navali, dai cannoneggiamenti. Un'orgia di fuoco che piombava dal cielo, dalla terra, dal mare. Non vedevi che fiamme, laggiù, edifici che saltavano in aria. Però bruciava anche Beirut Est, martellata senza tregua dai mortai e dai cannoni e dai razzi degli sparavano da nord e da sud, e dalla Cité Sportive i palestinesi avevan messo gli Sherman modificati e le bocche da 105. Nei campi da tennis e da pallacanestro avevano invece piazzato i mortai e i Bm21 per il lancio dei Katiusha, sui solarium le batterie contraeree. Ed altre sui tetti delle ambasciate o degli ospedali contrassegnati dal simbolo della Croce Rossa. Non badavano a scrupoli. Si servivano con cinismo di qualsiasi copertura. E grazie alla città sotterranea che chiudeva nel suo ventre armi e munizioni sufficienti a resistere un anno, non si arrendevano.
Però alla fine s'erano arresi. A corto di acqua e di cibo, stanchi di vivere nelle gallerie e nei tunnel, due volte odiati dagli sciiti che fuori delle gallerie e dei tunnel morivano come le mosche, s'erano rivolti agli occidentali perché conducessero trattative con Gerusalemme e da Gerusalemme avevano risposto con un aut aut irrevocabile: o evacuare Beirut e il resto del paese o rassegnarsi a un bagno di sangue. Avevano scelto di evacuare purché la cosa avvenisse con lo scudo di Forze Multinazionali e, dopo aver minato alcune gallerie della città sotterranea, averne murato gli accessi principali, quasi diecimila se n'erano andati per sparpagliarsi in Siria o in Tunisia o in Libia o nello Yemen del Sud. Erano rimasti soltanto i vecchi, i mutilati, i bambini, le donne, e quelli che si definivano non-combattenti: altre diecimila persone ora ben contenute entro i confini di Sabra, Chatila, Bourji el Barajni. Poi anche le Forze Multinazionali venute a proteggere l'evacuazione, un contingente di americani, uno di italiani, uno di francesi, avevano lasciato Beirut. Gli israeliani vi s'erano insediati da vincitori, col loro beneplacito il figlio minore di papà Gemayel era diventato presidente, e sull'inferno di quegli anni era calata una specie di pace.
Ma la bella città che era stata una delle contrade più gradevoli dei nostro pianeta, un posto comodissimo per viverci e per morirci di vecchiaia o di malattia, non esisteva più. Ruderi le splendide ville sulle colline dove i cedri del Libano non sarebbero mai ricresciuti e dove il verde si sarebbe spento nel grigio dei sassi. Polvere di marmo i superbi mosaici alessadrini delle verande, frantumate o saccheggiate le residenze fastose e le squisite villette art déco, ridotti a tronchi anneriti o a mozziconi spettrali gli alberi della Pineta. Demolito il magnifico ippodromo, disfatte le scuderie, morti i purosangue pregiati, devastato il museo coi reperti archeologici di Byblos e i sarcofagi antropomorfi degli antichi padri fenici. Irrecuperabili i lussuosi alberghi che orlavano il lungomare assolato, il mitico Saint George, i night-club esclusivi, i ristoranti famosi per i vini e per gli chef. Sgretolata la grandiosa Cité Sportive, rasi al suolo i ricchi negozi della Galerie Semaan, rovinate le chiese, le moschee, le sinagoghe, le sedi delle banche che pagavano interessi da capogiro. Intransitabili per le voragini aperte dalle bombe gli ampi viali a doppia carreggiata, i solidi cavalcavia, le eleganti rotonde costruite sul modello dei ronds-points parigini. Seminutilizzabile il porto, fuori uso l'aeroporto, zeppi di trappole esplosive gli edifici che i diecimila evacuati s'erano divertiti a minare insieme alla città sotterranea. E ovunque macerie, macerie, macerie. Cadaveri, cadaveri, cadaveri. Bourji el Barajni, il quartiere più colpito, sembrava un deserto di sassi. Lì non distinguevi nemmeno le tracce dei marciapiedi, dei vicoli, e fortunato chi aveva qualche mattone o qualche pezzo di lamiera per ricostruirsi alla meglio una baracca.
Meno demolite Sabra e Chatila dove molti erano sopravvissuti anche grazie ai rifugi clandestinamente scavati sotto le case.

Due settimane dopo, però, avevano amaramente rimpianto di non essere morti durante l'assedio. Perché due settimane dopo il giovane presidente figlio di papà Gemayel era stato assassinato con una carica di tritolo insieme a sessanta seguaci e, non sapendo con quale gruppo o avversario pigliarsela, i falangisti s'eran scatenati contro i palestinesi di Sabra e Chatila ormai alla mercé di chiunque volesse fargli pagare anni di prepotenze e la colpa d'avere portato la guerra a Beirut. Un eccidio che aveva inorridito perfino chi non capisce che dingere la Cappella Sistina e scrivere l'Amleto e comporre il Nabucco e trapiantare il cuore e andare sulla Luna non ci rende superiori alle bestie.
Memori del massacro subìto a Damour, erano piombati alle nove d'un mercoledì sera, i falangisti di papà Gemayel. Un caldo mercoledì sera di primo settembre. E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d'uscita. Una manovra così veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga. Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in san Marone e nella Madonna, protetti dai figli di Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case. S'eran messi ad ammazzare i disgraziati che a quell'ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano. Avevano continuato tutta la notte. E tutto il giorno seguente. E tutta la notte seguente, fino a venerdì mattina. Trentasei ore filate. Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta. Nessuno. Né gli israeliani, ovvio, né gli sciiti che abitavano negli edifici attigui e che dalle finestre vedevano bene l'obbrobrio. E fortunati gli uomini uccisi subito a raffiche di mitra o a colpi di baionetta, fortunati i vecchi sgozzati nel letto per risparmiare le munizioni. Le donne, prima di fucilarle o sgozzarle, le avevano violentate. Sodomizzate. I loro corpi, zangole per dieci o venti stupratori per volta. I loro neonati, bersaglio per il tirassegno all'arma bianca o da fuoco: intramontabile sport nel quale gli uomini che si ritengono superiori alle bestie hanno sempre eccelso e che da qualche secolo viene chiamato strage-di-Erode. Un ragazzo ferito era riuscito a scappare malgrado il blocco delle vie d'uscita e a rifugiarsi nel piccolo ospedale che tre medici svedesi gestivano di fronte a Chatila. Ma i soldati di Erode lo avevan raggiunto e liquidato mentre giaceva sul tavolo operatorio. Spintone al chirurgo che estrae la pallottola, revolverata alla tempia dell'infermiera palestinese che cerca di opporsi, e via. All'alba di venerdì, stanchi di dargli la caccia e ammazzarli uno a uno, avevano minato le case nelle cui cantine s'erano nascosti i superstiti. Quasi tutte case di Chatila.
Poi avevan lasciato il quartiere cantando spavalde canzoni di guerra e lasciandosi dietro un carnaio da film dell'orrore. Bambini di due o tre anni che ciondolavano dalle travi delle case esplose come polli spennati e appesi ai ganci d'una macelleria. Neonati spiaccicati o tagliati in due, mamme intirizzite nell'inutile gesto di ripararli. Cadaveri semignudi di donne coi polsi legati e le natiche sozze di sperma e di sterco. Cataste di uomini fucilati e coperti di topi che gli mangiavano il naso, gli occhi, gli orecchi. Intere famiglie riverse sulle tavole apparecchiate, vecchi sgozzati nei letti rossi di sangue rappreso, e un fetore insopportabile. Il fetore della decomposizione accelerato dal caldo greve di settembre. Cinquecento morti, s'era detto all'inizio. Ma presto i cinquecento erano diventati seicento, i seicento erano diventati settecento, i settecento erano diventati ottocento, novecento, mille. C'erano voluti due bulldozer per scavare la fossa comune, quasi un giorno per buttarceli tutti. E in preda al panico il governo aveva richiamato le Forze Multinazionali. «Aiuto, venite a portarci un po' di pace, aiuto.»
Oriana Fallaci
Insciallah (1990)
Atto Primo - Capitolo Secondo - 1

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