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Luoghi non comuni

Il Libano è sempre il Libano

di Giulia

Il Libano è sempre il Libano, anche nel dopoguerra: c’è di tutto.

A Beirut la vita ha ripreso, come se nulla fosse, è difficile scorgere i segni del conflitto, i bar sono pieni, i negozi aperti e pieni di prodotti locali e internazionali, le strade un delirio di traffico, come sempre. Nelle zone più “in” stanno addirittura aprendo nuovi caffè e ristoranti.

Sul tetto di una piscina in cima a un palazzo, nel quartiere di Sodeko, sentivo una ragazza libanese (ovviamente della “high class”) dirmi che le piacerebbe visitare il sud del paese, visto che non ci è mai stata in vita sua…….e mi rendevo conto che se io non posso avere idea di che cosa sia la guerra, di che cosa porti, di che conseguenze abbia, anche in Libano c’è gente che non lo sa, e che forse non lo saprà mai.

Le differenze dominano questa società, anche nel momento del respiro dopo la tempesta: gli stranieri hanno ricominciato ad affollare tutti i centri abitati, la capitale i primis, e trovare un taxi o un service a un prezzo decente è un’impresa (già lo era prima); infinte discussioni su tutto, tentativi di fregarti continui, con l’invasione degli stranieri (ajnabi), mi sento considerata ancora più ajnabie (straniera).

Perfino tra i profughi e i senza tetto ci sono differenze: gli Hezbollah stanno pensando a tutto (risarcimenti monetari e affitti di case per chi ha perso la propria); tuttavia mentre nei grossi centri, tipo Beirut, tutti hanno avuto un risarcimento o una casa, è nei villaggi più colpiti del Sud del paese che c’è meno assistenza e dove davvero, la situazione è disperata.

Le zone più colpite sono il Sud di Beirut e il sud del paese. A sud di Beirut non ci si può andare, l’esercito blocca tutti gli accessi al quartiere. Dicono che abbiano già quasi ripulito e cominciato la ricostruzione.

A sud del paese ci sono andata, sono tornata a Tiro, a casa mia, prendendo il mio solito autobus, da sola, due giorni dopo il mio arrivo. Caldo e gente che però mi hanno dato quasi il bentornata in questo paese.

La strada è un disastro, ma meglio di come l’ho vista dal convoglio dell’ONU che mi ha portato da Tiro a Beirut durante la guerra. Dove ci sono i ponti crollati, l’autostrada interrotta dai crateri delle bombe, hanno fatto delle deviazioni: pericoloso perché spesso non vi sono sensi di marcia, ma è percorribile. A volte ci si mette delle ore, perché il traffico ovviamente non scorre, ma io sono stata fortunata e ci ho messo un’ora e mezza circa.

Il senso di stranezza e di alienazione che avevo si è sciolto quando ho rivista casa mia, le mie cose così come le avevo lasciate, anche se il tutto ricoperto da uno strato spesso di polvere e terra tipo 11 settembre: era la polvere dei bombardamenti mista alla polvere solita di Tiro con cui lotto da quando vivo qua……c’era tutto, anche il cibo e le medicine: unico segno di presenza umana, qualcuno è entrato e si è fatto un caffè! Forse i miei padroni di casa! Devo dire che mi ha fatto quasi piacere…..

Tiro l’ho trovata più o meno come l’avevo lasciata, nella mia zona non ci sono segni di danni né di distruzione. Ci sono stati due bombardamenti in città, nella zona musulmana abbastanza lontano da casa mia.

E’ strano perché noto dei piccoli cambiamenti, nella gente, nel malessere, nell’atteggiamento nei confronti delle donne, e delle diverse comunità. Credo che la disperazione acutizzi i conflitti già in corso nella società, e in questa, ce ne sono sempre stati tanti…inoltre alcuni passi “in avanti” (ad esempio nel caso delle donne) che si stavano facendo, credo abbiano fatto un balzo indietro.

Non lo so è strano da spiegare.

Ieri siamo andati in visita nei pressi del confine, nella zona di Beit Jbeil che è la zona più colpita dalla guerra.

Lì ho visto davvero la devastazione materiale: case crollate e accartocciate su se stesse, roghi di macchine e macerie, negozi sventrati, fuori dai quali, come è usanza qui i tempi normali, siede ancora la gente, come se aspettasse qualcosa.

E’ impressionante vedere le cose di tutti i giorni (sedie, mobili, oggetti personali, vestiti), venir “vomitate” da edifici sventrati, insieme a macerie e pezzi di muro.

Passavamo con la macchina, infiniti i posti di blocco, infiniti i corpi armati che presidiano il paese, dall’ONU all’esercito libanese…tutti ti fermano soprattutto se notano che sei straniero. Meno male che con noi c’era Nasser che è di qui e scendeva, coi nostri passaporti in mano, a parlare con i militari.

Stavo dietro, accanto a Nasser e Arianna, ogni volta che passavamo vicino a una zona pesantemente bombardata Nasser mi picchiava sulla spalla: “guarda, guarda che cosa hanno fatto…ma abbiamo combattuto, abbiamo resistito…”. E’ pieno di rabbia e di orgoglio libanese, orgoglio per non aver ceduto e per aver combattuto (anche se non lui in prima persona), anche se a un caro prezzo.

Il posto più impressionante è Beit Jbeil che è stato proprio il teatro della più lunga e terribile delle battaglie: il paese che contava più abitanti di Tiro (quindi parliamo di più di 100.000 persone) è letteralmente un cumulo di macerie. Non c’è una casa in piedi. E’ una città fantasma abitata solo da giornalisti e fricchettoni delle ONG (come noi) che fanno foto…..orribile.

Camion libanesi e dei paesi arabi contigui trasportano macerie e pezzi di edifici crollati, continuamente, alzando un polverone continuo che rende difficoltoso respirare e vedere. Anche li vedo di tutto: scarpe, oggetti, le vite distrutte che sbucano da scheletri di case.

Si cammina sulle macerie, è pericoloso e lo so, rischi di incappare nelle bombe, si guarda bene dove si mettono i piedi ma lo so come funziona qui, inchallah e speriamo che non succeda niente, è tutto così.

Visitiamo 5 o 6 paesi, alcuni più danneggiati, altri meno: tutti messi in ginocchio dalla situazione dei campi, incoltivabili a causa delle cluster bombs, dalla perdita dei raccolti e dei redditi, dall’isolamento, dal crollo generale dell’economia e del commercio nella zona.

Il mio compito da qui a dicembre, sarò breve per non annoiarvi troppo e anche perché non ho per ora notizie più precise, sarà quello di “raccogliere” informazioni sui bisogni sia di prima urgenza, che in un’ottica di progetti nei prossimi 2 o 3 anni, e valutare quali attività si possano pianificare: sono in arrivo tanti soldi, e la mia ONG, come altre, vuole spartirsi la torta.

Come sempre il mio desiderio di lavorare per la gente si scontra con le strategie di sviluppo: spero solo che un giorno potrò lavorare davvero per qualcuno che ne ha bisogno, e non per qualcuno che sta dietro una scrivania…….vabbeh, nota polemica a parte, non sarà facile, ma per me rappresenta un’occasione potenzialmente buona dal punto di vista del lavoro e, spero, di contatti futuri.

Che altro? Accoglienza affettiva spettacolare da tutti gli amici che ho lasciato qui e a Beirut, anche se alcuni ancora non li ho visti. Racconti incredibilmente drammatici dei miei amici e colleghi, molti di loro che sono del Sud, avevano genitori o nonni bloccati nei paesini più bombardati, che non volevano lasciare le loro case……rimango senza parole quando mi raccontano i tentativi di portarli via, le bombe che li hanno sfiorati e la morte che hanno letteralmente visto in faccia.

C’è molto malessere tra di loro anche se anche tanta contentezza per il fatto che siamo tornati.

E anche io, anche se so che sarà difficile e dura, sono contenta.

Raccolgo le forze per quello che mi aspetta, cercherò di affrontarlo al meglio anche se non so ancora bene cosa sarà…

Per ora, dal dopoguerra libanese, assurdo come assurdo come qualsiasi guerra stessa e incomprensibile tanto quanto lo è questo paese, un abbraccio a tutti.