Luoghi non comuni
Beirut, 15 luglio
di Giulia
Il quartiere di Hamra questa notte è deserto, quel quartiere in cui di solito, quando vengo a Beirut per il fine settimana, è gremito di gente, locali, bar.
Deserto e silenzio in questo quinto giorno di guerra, tra il rumore delle bombe e il silenzio irreale di chi aspetta un altro botto. Un’altra bomba sganciata dagli aerei.
Sono in un hotel internazionale, fuori tutto questo e anche di più, esattamente nella situazione in cui non volevo e non vorrei essere.
Io qui nella gabbia dorata degli internazionali, la guerra (e la gente a subirla), fuori.
Bisogno di parlare e di tirare fuori quello che ho dentro, e che non se ne andrà, dalla testa e dal cuore.
Ma forse tirarlo fuori può aiutarmi, come altre volte.
Sto aspettando di essere rimpatriata, via Siria e poi Cipro, come gli altri italiani.
Avevo detto no, poi mi hanno obbligata. Semplice.
Ho scoperto che c’era un convoglio di macchine delle Nazioni Unite per i parenti dei loro dipendenti che devono lasciare il paese. Il comandante era italiano, e così ci ha infilato di nascosto nella missione.
Non ho fatto in tempo a salutare nessuno.
Caricata sul macchinone ONU e via.
Un bomba ci ha sforati alla nostra partenza. La donna davanti a me si è fatta il segno della croce, mentre la macchina partiva in colonna con altre 8.
Il rumore della bomba è sordo ma acuto, e in un attimo vedi una colonna di fumo denso che si alza, come un albero. E l’unica cosa che pensi, è che è mancato un soffio.
Abbiamo attraversato il Libano del sud ormai completamente isolato senza strade né infrastrutture: ho visto i crateri delle bombe, le strade sventrate, le case distrutte.
La gente che ti guarda dalle macerie: tu puoi scappare, loro no.
Nessuno per strada a parte qualche folle e i militari.
La strada che ho fatto tate volte per andare a Beirut non c’è più.
In questi giorni a Tiro ho visto la povera gente prepararsi al peggio. La musica e il casino che hanno sempre caratterizzato quel posto (soprattutto la mia zona), hanno lasciato posto a un silenzio irreale La gente che riempiva le strade, in casa. Le spiagge deserte. Il buio e la paura, come un’attesa di qualcosa di orribile.
I negozi aperti ormai erano pochissimi e le file per il pane e il cibo sempre più lunghe.
Il “mio” suq (mercato), di cu vi ho parlato tante volte, deserto come una città fantasma.
Non avevo tanta paura, ero con loro ed ero a casa.
Adesso ho paura di quello che succederà, delle persone di cui non saprò più niente, degli incubi che mi sveglieranno ogni notte, nella sicura Italia.
E’ strano, ma ho paura più per la vita degli altri, che per la mia.
Se potessi, resterei.
E non lo dico per eroismo, o per voglia di vivre il “brivido della guerra”, come forse qualcun può pensare.
Lo dico perché non so se ce la farò a sopportare tutto questo da lontano.
So che non posso farci niente, anche stando qua. Ma almeno ci sarei. Non vedrei gli altri morire da lontano.
Non so se riuscirò a sopportare l’idea che il paese che si stava lentamente e a fatica riprendendo da una guerra e dall’occupazione israeliana durata 20 anni, nel giro di una settimana ritornerà al punto di prima, se non peggio.
Non riesco a pensare agli sguardi di chi ha vissuto tutto questo e te ne parlava come se fosse passato, seppur vivo nella mente.
Non posso ripensare a quante madri speravano per i figli un futuro diverso, migliore.
Sento un dolore sordo e acuto, proprio come un bomba.
Non riesco a piangere e forse ne avrei bisogno.
Tutte le mie cose sono rimaste nella mia casa di Tiro.
Anche il mio cuore e la mia anima sono là, sotto l’ennesimo bombardamento
E vi giuro
Che se potessi
Rimarrei qua
Sento che è quello che sarebbe giusto fare
E ancora una volta c’è chi decide per me.